Un vero miraggio rinascimentale compare a sorpresa fra gli ulivi

E' Montalbano Vecchio, borgo del XVI secolo, tra Torre Canne e Ostuni.

Francamente, non sappiamo se presentare il villaggio di Montalbano Vecchio come un miraggio che si è materializzato, o come un modello di architettura rurale rinascimentale perfettamente conservato.

In ogni caso, è questo quel che accade: imboccata l'uscita Torre Canne Sud dalla statale 16 Bari - Brindisi, seguendo le indicazioni per la frazione di Ostuni, attraversate due colonne che aprono la via a «Montalbano Vecchio XVI sec.», s'imbocca un diritto sterrato attraverso il quale dileguano per un qualche miracolo cinque secoli di storia come fossero acqua.

Riverbero colonico della più grande fra le nostre epoche, la Masseria Montalbano perpetua tra le sue mura gli stilemi architettonici e ideali della Rinascenza. Un'eredità che il gruppo d'imprenditori che ha affrontato l'impegnativa opera di restauro conservativo, ha badato bene a non contaminare.

Al momento il borgo è aperto al pubblico per ricevimenti, meeting, congressi, iniziative culturali e musicali, affidati a uno staff di chef, scenografi, esperti di banqueting.

Ma è anche una struttura alberghiera in Puglia senza eguali, con 28 camere di cui 6 suite ricavate in altrettante dimore a schiera su due ali divise da una strada di pietra ombreggiata da palme.

Il villaggio di Montalbano Vecchio, nei cui 5.000 metri quadrati si sono succeduti Conti di Conversano e signori di varia genia, si sviluppa in aurea proporzione secondo i principi di centralità e nitidezza strutturale in quel tempo professati. Tutto ruota attorno alla corte, stupenda, incantevole, che all'imbrunire guarda a Ostuni illuminata e al fuoco del tramonto su opposto versante. Rinfrescata da gelsi verdolini, bordeggiata da presse olearie in pietra simili a coppe per giganti, rischiarata a sera da soli ceri e fiaccole, con pozzo centrale, è costituita da basoli diseguali che si susseguono per fughe spesse e alte, levigati dai passi dei 317 abitanti che nel periodo di massimo fulgore risiedevano nel complesso rurale. E sembra quasi di veder sfilare, accidenti, gli stracci bruni dei villici, gli invitati della casata con le giubbe a giorno sulle calzebraghe, i veli e i broccati ornati delle dame, arricciature a calamistro, il torvo amministratore e il sussiegoso cappellano.

Sulla corte guarda il piano nobile della dimora padronale, sulla corte guardano la loggia e le arcate, il sagrato della chiesa intitolata alla Beata Vergine del Rosario, che cova nel suo seno in pulpito e un coro, statue, un confessionale sottratto alla bocca degli anni.

Attorno a questo fulcro si elevano le volte a botte dei vari ambienti, delimitati da pareti spesse due metri e passa: dalle stalle con greppie alle scuderie, dal frantoio, con le sue mole frangitrici in bella mostra, al forno, alla neviera, alle presse ipogee che si svelano attraverso squarci di cristallo nella pavimentazione a «chianche». E tutto è circoscritto, quasi ordinato da 20 ettari di ulivi millenari.

Dalla reception agli spazi ricreativi, dalle sale ricevimento al giardino ammantato di velluto vegetale, altro luogo di diletti speculativi per le civiltà del passato, dalle cucine occultate ai fantasiosi lampadari bianco calce foggiati a frutta in cascame, tutto è quasi indistinguibile dall'ambiente originario.Tanto che sostando qui dove siamo capitati non si ha l'impressione di trascorrere le ore in una perla turistico-ricettiva embrionale, ma in quanto dall'Umanesimo, in variante agreste, è germinato.

Negli alloggi del signore, cui dà accesso un'ampia scalinata, e attraverso il cui dedalo perdersi è probabile, torreggia una cucina in muratura che spandeva umori sapidi di brodaglie, vapori agrodolci di carni speziate coronate di mandorle; magari - vogliamo immaginare - per banchetti a tema, cerimoniali che tanto al padrone a quei tempi come in questi facevano fama. Nello studio i pittori dilettanti di famiglia s'affaccendavano tra olio di trementina, pestelli di pigmenti da polverizzare. Dal salone affrescato si levavano refoli di flauto e vibrazioni di virginale: un progenitore del pianoforte, settecentesco fortepiano, è ancora là a giurare che la musica, come in ogni città ideale al tempo vagheggiata, era arte della verità.

Alberto Selvaggi
(da "La Gazzetta del Mezzogiorno")

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